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Giorgio Strehler (Barcola, Trieste 1921- Lugano 1997) ovvero il Regista, scritto proprio con la maiuscola, allo stesso modo in cui lui scrive e pensa al Teatro: come a una sfida iperbolica, a un diorama, a un palcoscenico in cui si concretizza l’immagine del mondo dove, in punta di piedi, i grandi signori della scena, ai quali di diritto appartiene, possono dialogare con il popolo dei personaggi e, attraverso di loro, con gli spettatori. Accanto a questo modo "regale" di intendere il teatro che fa di lui l'ultimo erede di Max Reinhardt (l'ultimo dei registi demiurghi, peraltro ammirato da bambino), Strehler ne ha sempre avvicinato un altro più severo, quasi giansenista, che si era incarnato nella tradizione di Copeau e di Jouvet, dove il regista - questa volta con la minuscola, ma non perché sia meno importante - parte dal presupposto che tutto è nel testo e che quanto è già stato detto e scritto può essere mediato, incarnato dall'Attore, non a caso scritto con la maiuscola. Questi due modi di intendere la regia si rendono evidenti esemplarmente in due fra i uoi ultimi spettacolo, Faust frammenti, al quale lavora ininterrottamente dal 1988 al 1991, recitando anche nel ruolo del titolo, e Elvira o la passione teatrale (1987) - e hanno trovato la possibilità di svilupparsi anche grazie alle sue ascendenze familiari.
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