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Call in modern San Pantaleo (by a community of monks that had its headquarters in the Middle Ages), the ancient Mozia was founded by the Phoenicians of Tyre around the end of the eighth century and gained commercial wealth, also gradually accepting people of Greek origin and beating currency. The etymology could mean “spinning mill”, and in fact it seems he went famous for the production of fabrics dyed with the purple shellfish, who were there in abundance.
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Truqui al modern San Pantaleo (per una comunitat de monjos de Sant Basili, que va tenir la seva seu a l'Edat Mitjana), l'antiga Mozia va ser fundada pels fenicis de Tir, a finals del segle VIII i va guanyar riquesa comercial, També acceptar gradualment la població d'origen grec i superant moneda. L'etimologia podria significar “molí”, i de fet sembla que va ser famosa per la producció de teixits tenyits amb porpra marisc, que havia en abundància. Al segle VI, l’espansione dell’impero cartaginese e le rivalità con le colonie greche portarono Mozia a istituire un sistema difensivo che divenne via via sempre più solido. Ma tutto questo non bastò per resistere all’assalto dell’esercito di Dionigi di Siracusa, che nel 397 assediò l’isola usando una nuova arma, la catapulta, capace di proiettare “missili” a lunga gittata. Sconfitta la flotta punica, nonostante la strenua difesa degli abitanti, Mozia venne rasa al suolo. Poco tempo dopo, i Fenici ripresero l’isola ma non ricostruirono mai più la città, trasferendo i sopravvissuti nella vicina Lilibeo. Oggi proprietà della Fondazione Whitaker, in quei 45 ettari non c’è angolo che non sussurri le sue fastose e tristi vicende. Il santuario in località Cappiddazzu, con i resti di un complesso di culto recintato; il sinistro tophet, l’area sacra dove i Fenici deponevano i loro sacrifici in onore di Baal e di Astarte: essa contiene sette strati di urne cinerarie con i resti delle vittime (nella foto); ne vediamo oggi una parte, disseminate a tappeto, conficcate a metà nel terreno, con un misto di pietà e di orrore verso una ritualità per la quale la morte sembrava godere di maggiore rispetto della vita. E poi, la Casa dei Mosaici; le vestigia di un atelier di vasai, con pozzi e forni per la lavorazione della ceramica; una necropoli arcaica, dove i corpi venivano cremati. E infine, il prezioso Museo intitolato a Giuseppe Whitaker, che conserva, tra l’altro, la più consistente raccolta di manufatti fenicio-punici della Sicilia: troviamo un superbo gruppo in pietra con due leoni che azzannano un toro; una celebre maschera ghignante, la prima del genere rinvenuta in Sicilia, di significato apotropaico; la statuetta fittile con una figurina nuda, ornata di collane e cintura, che porta le mani ai seni, probabilmente una dea della fertilità; vasi in pasta vitrea policroma, di tipo greco e punico, stele funerarie, iscrizioni votive, corredi funerari, amuleti, scarabei e bruciaprofumi. L’occhio che scorre di fronte a questi pi
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