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" di cui parla Walter Guadagnini nel testo in catalogo della personale tenuta presso la Galleria Lorenzelli nel 1990. Di quelle "immagini che coprono spazi temporali e mentali infiniti" resta, nelle opere più recenti, una gestualità appagata, un cromatismo rigoglioso che sembra la manifestazione di un inconscio felice, una caoticità molto più apparente che reale, una progettualità a posteriori, cioè ravvisata nel dipinto così com'è venuto, eppure auspicata, ricercata. Poi memoria di un'altra cultura visiva: quella di un'America lasciata ormai trentacinque anni fa che sembrerebbe però tutt'altro che dimenticata. Una cultura in cui la pittura sa essere assoluta senza essere metafisica, impregnata di un senso dell'assoluto pragmatico, di una totalità sperimentabile, persino accartocciabile, senza per questo risultare scalfita nella sua pretesa di universalità. Infine memoria della quotidianità più immediata, memoria non di ieri, ma dell'istante appena trascorso. La pittura è un diario, anzi un registro in cui appuntare le sensazioni: si può benissimo fare a meno della bella calligrafia, quel che importa è il senso complessivo del discorso, e ancor più importante è la tensione che l'attraversa. Ma per essere resa percepibile, questa tensione ha bisogno di essere frammentata, segmentata, scandita da linee che sono come corpose virgole in un discorso tendenzialmente fluviale: chi scrive, ma forse ancor più chi dipinge, sa quanto la punteggiatura sia vitale.
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