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Dunque, allorché l'anima consente al peccato, dice a Dio: Signore, partitevi da me, non lo dice colla bocca, ma col fatto, dice S. Gregorio. Già sa il peccatore che Dio non può stare col peccato; vede già che peccando dee partirsi Dio; onde gli dice: Giacché Voi non potete starvi col mio peccato, e Voi partitevi, buon viaggio. E cacciando Dio dall'anima sua, fa che entri immediatamente il demonio, a prenderne il possesso. Per quella stessa porta, per cui esce Dio, entra il nemico: «Allora corre a prendere sette spiriti peggiori di sé e vanno a stabilirsi lì» (Matth. 12. 45). Quando un bambino si battezza, il sacerdote intima al demonio: «Esci da lui, spirito immondo, e cedi il posto allo Spirito Santo». Sì, perché quell'anima, ricevendo la grazia, diventa tempio di Dio. Ma quando l'uomo consente al peccato, fa tutto l'opposto: dice a Dio che sta nell'anima sua. Di ciò appunto si lamentò il Signore con santa Brigida, dicendo ch'egli dal peccatore è come un Re scacciato dal proprio trono. Qual pena avreste voi, se riceveste un'ingiuria grave da taluno che aveste molto beneficato? Questa è la pena che avete data al vostro Dio, che è giunto a dar la vita per salvarvi. Il Signore chiama il cielo e la terra quasi a compatirlo, per l'ingratitudine che gli usano i peccatori. Insomma i peccatori coi loro peccati affliggono il cuore di Dio: «Ma essi si ribellarono e afflissero il suo santo spirito» (Is. 63. 10). Dio non è capace di dolore, ma se mai ne fosse capace, un peccato mortale basterebbe a farlo morire di pura mestizia.
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