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Le vallate boscose e profonde della Bosnia orientale sono dipinte delle migliaia di sfumature dell’autunno. I camini mandano fili di fumo sottili mentre un vento ancora tiepido stacca le foglie gialle dagli alberi e le porta a posarsi sulle migliaia di lapidi di Potocari, dove sono raccolti i resti, spesso incompleti, di quasi ottomila persone, le vittime dell’eccidio di Srebrenica. Le stesse foglie gialle si posano sulle croci ortodosse di un piccolo cimitero di campagna, sulla collina proprio di fronte, a poche centinaia di metri dall’area del memoriale. I serbi sepolti qui non sono morti di morte violenta, non hanno subito torture, non sono stati mutilati, come invece chi riposa appena sotto. Ma oggi una nuova violenza, piccola nella portata ma grande nel significato, si è abbattuta su queste lapidi di campagna. Pare siano stati due adolescenti, che la polizia ha già identificato, due ragazzotti musulmani che, a pedate, hanno vandalizzato il cimitero serbo. Non è la prima volta, nei diciassette anni che sono passati dalla fine della guerra, che fatti del genere accadono, sia in quest’area che nel resto della Bosnia, e ad esserne protagoniste sono tutte e tre le comunità che la abitano. Ma non può sfuggire la potenza simbolica di un fatto del genere in un luogo come Srebrenica. Andando a fondo nell’accaduto, scopriamo che solo il giorno prima dell’incursione vandalica proprio a Srebrenica si è tenuta una cerimonia serba, in cui le ossa del principe Stefan Lazarevic, vissuto 700 anni fa, sono state portate in visita dalla Serbia proprio nella chiesa cittadina. Migliaia di persone hanno partecipato. L’atto vandalico sarebbe dunque collegato a questa cerimonia, vissuta dai musulmani locali come una provocazione. Nell’opinione del giovane pope, incline alla rievocazione di vicende medioveali più che all’analisi della società presente, la cosa è stata organizzata a tavolino dai musulmani, e sicuramente non è da biasimare il sistema scolastico, separato per ogni comunità. Talvolta sembra che le ossa dei morti siano diventate l’unica ossessione della società bosniaca, e la loro presenza una perenne condanna per i vivi.
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