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In other words, I will neglect for the time being the need to invent political categories worthy of current social transformations, in order to fix my attention on two macroscopic anthropological – or rather anthropogenetic – realities which constitute, to all intents and purposes, institutions: language and ritual.
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Cercherò di affrontare questo problema senza fare cenno a ciò che potrebbe essere, ma puntando lo sguardo su ciò che c’è già da sempre. Detto altrimenti: trascuro per un momento la necessità di inventare categorie politiche all’altezza delle trasformazioni sociali in corso, per fissare l’attenzione su due macroscopiche realtà antropologiche che sono, a tutti gli effetti, istituzioni: la lingua e il rito. Queste due istituzioni storico-naturali non sono, però, istituzioni politiche. Non si deve escludere, tuttavia, la possibilità di reperire nella nostra tradizione uno o più dispositivi concettuali che rappresentino l’equivalente propriamente politico della lingua o del rito. Nella nostra tradizione: anche qui, come si vede, non faccio appello a ciò che verrà, ma a ciò che è stato. A proposito del rito, propongo la seguente ipotesi: il modo in cui esso affronta e mitiga sempre di nuovo la pericolosa instabilità dell’animale umano ha un corrispettivo nella categoria teologico-politica del katechon. Questa parola greca, utilizzata dall’apostolo Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi e poi costantemente ripresa dalle dottrine conservatrici, significa: “ciò che trattiene”, una forza che differisce sempre di nuovo l’estrema distruzione. Ecco, a me sembra che il concetto di katechon, in quanto risvolto politico delle pratiche rituali, concorra non poco a definire l’ordito e i compiti di istituzioni non più statuali. Lungi dall’essere un intrinseco addentellato della teoria della sovranità, come pretendono Schmitt e soci, l’idea di una forza che trattiene il cosiddetto “male”, senza però mai poterlo espungere (giacché la sua espunzione corrisponderebbe alla fine del mondo, o meglio, alla atrofia della “apertura al mondo”), si attaglia piuttosto alla politica antimonopolitica dell’esodo.
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