|
|
Quando fai semplice storytelling, ti stai assicurando di avere un’audience che ti ascolta e a cui consegnare un messaggio, messaggio che stabilisci insieme al tuo cliente e che deve essere molto valido, interessante, eccetera. C’è un elemento molto importante, però, che viene prima del messaggio: assicurarsi che il medium funzioni nella consegna del messaggio stesso. Posso fare infatti il video più bello del mondo, ma se poi una persona va dritta davanti a una vetrina e non si gira a guardare il video, non sono riuscito a consegnare il messaggio. Qui allora interviene l’engagement, e cioè la necessità di fare in modo che le persone si interessino a ciò che si vuole comunicare, interesse che deve continuare se non addirittura aumentare mentre il messaggio viene ascoltato. L’immersive storytelling serve proprio a questo: a usare tecnologie innovative, video immersivi, effetti che non ho mai provato prima, interattività, ologrammi, eccetera per assicurarsi che la persona sia “catturata” da quello che vede e che, una volta che è coinvolta, le si riesca a consegnare il messaggio.Le narrazioni immersive, infatti, sembrano essere un trend esploso negli ultimi anni in diversi campi: a teatro, nell’advertising, nei documentari, persino nel giornalismo. Sono narrazioni che usano tecniche come la realtà aumentata e virtuale, gli ologrammi, le video-installazioni per dare al fruitore il senso dell’essere lì, dove lì è esattamente il luogo della narrazione. Chi ha cercato, pur non trovandola, una definizione di immersive storytelling, del resto, ha evidenziato almeno cosa lo storytelling immersivo non è: non è un semplice cross-platform media, né solo un contenuto interattivo. È un’esperienza avvincente che fa diventare l’utente parte della storia.”
|