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Selon la tradition, Le nom vient de la nymphe qui Egesta a donné l'hospitalité à Énée dans ses errances, et Thucydide donne à penser que, en réalité, étaient des chevaux de Troie Elimi fui leur pays, à laquelle ont été ajoutés aux Phocéens.
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Segesta, arroccata sul monte Barbaro, rappresentava la più importante tra le città elime, punto di riferimento non solo degli Elimi stessi (popolazione probabilmente composta da indigeni e da genti straniere), presenti anche ad Entella e ad Erice, ma anche dei Punici, attestati nella parte occidentale dell’Isola e impegnati a contenere le mire espansionistiche di Selinunte. Secondo la tradizione, il nome deriva dalla ninfa Egesta che aveva dato ospitalità ad Enea durante le sue peregrinazioni, e Tucidide suggerisce che in realtà gli Elimi erano Troiani fuggiti dalla loro patria, ai quali si aggiunsero dei Focesi. Nonostante il sito della città antica fosse stato identificato già dal Fazello, sin dal XVI secolo, la fama di Segesta è sempre stata legata al tempio dorico e al teatro; solo a partire dal 1987, le ricerche hanno iniziato ad individuare la conformazione della città nelle varie epoche storiche. L’abitato arcaico era costituito da abitazioni, in parte scavate nella roccia, disposte su terrazzamenti artificiali lungo le pendici del monte Barbaro e disponeva di un complesso sistema di fortificazioni con porte urbiche per lo più del tipo a corte interna. Sull’altura occidentale, intorno alla metà del V secolo a. C., all’epoca cioè delle aspre contese tra Segesta e Selinunte, venne innalzato, sui resti di una costruzione più antica, il tempio dorico, uno degli esempi più notevoli e meglio conservati della Sicilia. La costruzione, dalle dimensioni monumentali, con sei colonne sui lati corti, si presenta priva di celia e di copertura, probabilmente perché mai completata, come testimoniano anche le colonne senza scanalature, i blocchi dei gradini non scalpellati e gli abachi incompleti. Il tempio è l’espressione della rapida ellenizzazione della città, elima per tradizione e cultura, ma che ben presto adottò modelli greci per la costruzione degli edifici più importanti e rappresentativi. Anche il santuario indigeno in contrada Mango, databile agli inizi del VI secolo a. C, fu infatti realizzato sotto l’influenza greca: un témenos, il grande recinto sacro, racchiudeva le costruzioni sacre, pertinenti a più strutture, e probabilmente venne abbandonato sin dal V secolo a. C..
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