|
|
Il glifosato è il più venduto e il più usato pesticida al mondo. Di conseguenza, lo troviamo anche laddove non dovrebbe essere: nei prodotti alimentari, articoli per l'igiene, e purtroppo anche nel corpo umano. Residui più o meno elevati di glifosato negli alimenti sono documentati ormai da numerose analisi: dal grano duro ai legumi, alla pasta, alla birra, ai cereali per la colazione, nel miele o negli alimenti per l'infanzia. Uno studio della rivista che si occupa di tutela dei consumatori in Italia, ovvero l'edizione del "Il Salvagente" del maggio 2017, ha rilevato tracce di glifosfato nelle urine delle donne in gravidanza, di tutte le donne esaminate, senza nessuna eccezione. Nei loro campioni di urina è stato trovato glifosato con concentrazioni da 0,43 a 3,48 nanogrammi per millilitro (media: 1,13 ng / ml). Le donne esaminate vivono da diversi anni a Roma, la cui superficie da punto di vista agricolo ovviamente non è utilizzata intensivamente. Si presume pertanto che abbiano assunto il glifosato attraverso il cibo. Come sottolinea l'oncologa Patrizia Gentilini, la sostanza passa dal corpo della madre al feto influenzandone la salute non solo durante l'infanzia, ma anche in età adulta. Già nel 2016 un'analisi dei campioni di urina di 48 eurodeputati di diversi paesi ha dato risultati simili, con concentrazioni da 0,17 a 3,57 ng/ml nelle urine. Questi studi portano ad un'unica conclusione: tutti i consumatori vengono in contatto con il glifosato molto probabilmente attraverso la catena alimentare. E una discussione sui limiti di utilizzo è comunque fuori luogo, in quanto queste sostanze mutagene possono causare gravi danni alla salute anche in piccole quantità.
|